ARROW - Recensione 6x18 "Fundamentals"

Buonasera a tutti bella gente, come va la vita dopo questa BOMBA di episodio?
Boy, oh boy!, per dirla con gli americani. È stato un tuffo nel passato pazzesco e devo ancora riprendermi del tutto.

Ci voleva. Ci voleva un "remembering prima stagione" e anche un episodio completamente Oliver-centrico senza Team dei Fessi o John Diggle a rompere le scatole.

Oliver è sempre più nei casini dopo la sua trovata di licenziare il capo della polizia e il procuratore generale, e proprio ad inizio episodio viene drogato da un membro del consiglio comunale che evidentemente lavora per Diaz. E proprio qui inizia il bello.

Dove per "bello" intendo gli svarioni di Oliver. Non che mi sia divertita a vederlo così incapace di distinguere la realtà dalle allucinazioni, ma mi ha permesso di rivedere Josh Segarra, aka Prometheus. E di questo bellissimo regalo posso solo ringraziarlo. Certo, all'inizio ho fatto un infarto perché mi aspettavo l'ennesima risurrezione last-minute in perfetto stile CW, ma fortunatamente non è stato così.

L'intera puntata è stata un viaggio nella mente di Oliver, abbiamo potuto vedere i suoi pensieri e le sue paure più profonde. Non abbiamo scoperto nulla che non sapessimo prima, in realtà. Sapevamo che si sente responsabile della morte di Samantha e di Malcom sull'isola, che ancora si dà la colpa per la morte di Laurel - della sua, nostra Laurel -, che pensa di aver allontanato tutti, ma proprio tutti, non solo i Fessi ma pure John e perfino Felicity. Lo sapevamo già, ma vederlo così fa tutto un altro effetto.


Così come fa effetto non solo sapere ma anche vedere che è lui il più grande nemico di sé stesso. La sua versione di sei anni fa, con il vecchio costume, senza maschera ma solo con gli occhi truccati, gli urla in faccia che è colpa sua, è tutta colpa sua perché non ci doveva essere un Team Arrow, un John, una Felicity. Ci doveva essere solo lui con il suo dolore, il suo essere spezzato, la sua rabbia, le sue frecce e la sua missione.

È stato veramente emozionante vederlo cercare di difendersi da queste accuse che ultimamente gli hanno mosso tutti tranne che sua moglie e che alla fine è arrivato a muoversi lui stesso. Perché è da episodi ed episodi che quelli che si proclamavano suoi amici, perfino suoi fratelli (Diggle, I'm looking at you) lo incolpano di qualsiasi sfiga sia successa a Star(ling) City da quando lui è tornato dall'isola. E a questo proposito mi è piaciuto vedere Quentin accanto a lui, che può testimoniare in prima persona quanto Oliver sia cambiato in questi sei anni, e che continua a stargli accanto e lottare per lui fino alla fine.

Ma lo sappiamo, Oliver è testardo e molto, molto impulsivo, quindi arriviamo alle scene con cui l'episodio si è aperto: lui con il vecchio costume che picchia e uccide chiunque gli capiti a tiro, trascinato dalla frustrazione e dalla rabbia che credo avesse proprio bisogno di far uscire. E proprio quando stava per infognarsi in una missione suicida arriva lei: Felicity Smoak. L'unica che riesca sempre a farlo ragionare e a farlo tornare sui suoi passi.

Le loro scene in questa puntata sono state fantastiche, di un'intensità che raramente riusciamo a vedere tra loro due, nonostante tutti siamo consapevoli che quest'intensità c'è, c'è sempre.
Il gesto che Fel fa sempre, quello di mettergli una mano sul petto, sul cuore, acquista qui un'importanza ancora più grande perché è quel gesto che fa capire a Oliver che lei è vera, è reale, non è il frutto di un'allucinazione da Vertigo.

È quel gesto, più di tutte le parole che lei gli dice per convincerlo, che pure sono forti e commoventi. "Se ti succede qualcosa, che ne sarà di me?". Certo, lei si prenderà cura di William, lo sta già facendo e continuerà a farlo, ma a lei Oliver non pensa?

O anche quel "Sono colla, amore" che altro non è che l'ennesima riformulazione dello stesso concetto: "Io non ti lascio, io non me ne vado da nessuna parte senza di te".  


E grazie al cielo è riuscita a convincerlo, altrimenti ora sarebbero entrambi polpette di proiettili. E quindi, nell'ennesimo riferimento alle prime stagioni, escono di scena con molta classe.



I problemi di Oliver ovviamente non sono risolti, i suoi amici ce l'hanno ancora con lui, è ancora accusato di essere Green Arrow e ora è pure sotto impeachment, ma credo che ora abbia capito come fare ad affrontare e poi sconfiggere Diaz. Prima doveva sconfiggere le sue paure, i suoi dubbi e i suoi demoni, e per ora ci è riuscito.


Non so quanto sia stata intelligente la scelta di fine episodio di allontanare anche Felicity dal covo e di tornare completamente alle origini. Da un lato, se non sono riusciti a sconfiggere Daiz come squadra, come può pretendere di riuscirci lui da solo? Dall'altro lato, avrà sicuramente meno distrazioni. Meno lamenti e rotture di coglioni varie che lo distraggono dalla missione, e questo è sicuramente positivo.

Quello che so è che non sto nella pelle all'idea di vedere come si svilupperà il tutto e come si comporterà a fine stagione Oliver nei confronti di quelli che l'hanno abbandonato.

Permettetemi di concludere con un piccolo sclero:


La shipper che è in me a questa frase si è sciolta in un brodo di giuggiole mica da scherzo. La semplicità, il tono con cui Felicity l'ha detta mi hanno fatto esplodere i feelings come non mi succedeva da tempo. 


Ma ancora di più quello che mi ha fatto esplodere i feelings è stata la faccia di Oliver a questa frase, il modo in cui sorride ma sembra sia sul punto di piangere dalla commozione. Potrei mettere questa gif in tutte le salse, perché è stupenda e io mi sono innamorata per l'ennesima volta di Oliver Queen.
Sig.ra Smoak in Queen, lei è una donna davvero fortunata.



Bene, la smetto e vi saluto. Un bacio <3

Varie:

1)
Quel faccino. Come si resiste a quel faccino?

2)
Quentin, io ti voglio bene, sappilo.

3)
Non ne ho parlato nella recensione vera e propria perché se no non la finivo più, ma quanto è stato bravo Stephen in questo episodio? Stavo male per e con lui. Bravissimo.

4)
BOOM! Scusate, questa scena mi ha gasata e non poco.

5)
Ve l'ho detto. In tutte le salse.

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Articolo di Anna Franchini

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